Gesù Cristo: Il Solo Balsamo per la Città

Manifesto di Manila 1989

Manila

MANIFESTO DI MANILA  1989

Congresso mondiale sull’evangelizzazione

Il Congresso di Manila ebbe luogo dall’11 al 20 luglio 1989 nelle Filippine col patrocinio del Comitato di Losanna per l’evangelizzazione del mondo (LCWE) sotto la presidenza di Leighton Ford e la direzione di Thomas Wang. Esso faceva seguito al Congresso di Berlino (1966) e a quello di Losanna (1974).
Il Congresso fu da diversi osservatori visto come il punto d’incontro tra evangelici classici e evangelici pentecostali, ma anche come uno slittamento rispetto alle posizioni che il movimento evangelico aveva in precedenza manifestate.

Bibliografia

La dichiarazione fu pubblicata come The Manila Manifesto, Manila 1989; il testo italiano è tratto da Studi di teologia II (1990) pp. 89-111.

Introduzione

Il congresso internazionale per l’evangelizzazione del mondo ebbe luogo a Losanna (Svizzera) nel luglio 1974 e pubblicò il Patto di Losanna. Ora, nel luglio 1989, più di 3.000 persone, provenienti da circa 170 nazioni, si sono dati convegno a Manila per lo stesso scopo e hanno pubblicato il Manifesto di Manila. Siamo grati per il benvenuto che abbiamo ricevuto dai nostri fratelli e sorelle delle Filippine.

Durante i quindici anni trascorsi fra i due congressi si sono svolte alcune consultazioni minori su soggetti come l’Evangelo e la cultura, l’evangelizzazione e la responsabilità sociale, uno stile di vita semplice, lo Spirito Santo e la conversione. Questi incontri hanno contribuito a sviluppare il pensiero del Movimento di Losanna.

Un “manifesto” può essere considerato come una dichiarazione pubblica di convinzioni, intenzioni e motivi. Il Manifesto di Manila contiene i due temi del congresso: “Proclamare Cristo fino alla sua venuta” e “Chiamare tutta la chiesa a portare tutto il Vangelo a tutto il mondo”. La prima parte di questo manifesto è composto da ventuno affermazioni. La seconda parte elabora queste ultime in dodici sezioni, le quali, assieme al Patto di Losanna, sono raccomandate alle chiese per uno studio ed un impegno pratico.

Ventuno affermazioni

1. Affermiamo la nostra adesione al Patto di Losanna come base della nostra collaborazione in seno al movimento di Losanna.

2. Affermiamo che nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento Dio ci ha dato una rivelazione autorevole del suo carattere, della sua volontà, del significato dei suoi atti salvifici e del suo mandato missionario.

3. Affermiamo che l’Evangelo è il messaggio immutabile di Dio per il nostro mondo, e ci impegniamo a difenderlo, proclamarlo e viverlo.

4. Affermiamo che tutti gli esseri umani, sebbene creati a immagine di Dio, sono peccatori e colpevoli e perduti senza Cristo, e che questa verità è una premessa necessaria all’Evangelo.

5. Affermiamo che il Gesù della storia e il Cristo della gloria sono la stessa persona e che questo Gesù Cristo è assolutamente unico, perché egli solo è Dio incarnato, colui che ha portato i nostri peccati, il vincitore della morte e il giudice che viene.

6. Affermiamo che sulla croce Gesù Cristo si sostituì a noi per portare i nostri peccati e morire al nostro posto; e che solo per questa ragione Dio perdona gratuitamente quelli che sono condotti al ravvedimento e alla fede.

7. Affermiamo che altre religioni e ideologie non sono vie alternative a Dio e che la spiritualità umana, se non è redenta per mezzo di Cristo, non porta a Dio ma al giudizio, perché Cristo è l’unica via.

8. Affermiamo di voler manifestare visibilmente l’amore di Dio prendendoci cura di coloro che sono privi di giustizia, dignità, cibo e alloggio.

9. Affermiamo che la proclamazione del regno di giustizia e pace di Dio esige la denuncia di ogni ingiustizia e oppressione, sia personale che strutturale; non ci sottrarremo a questa testimonianza profetica.

10. Affermiamo che la testimonianza resa dallo Spirito Santo a Cristo è indispensabile per l’evangelizzazione e che senza la sua azione soprannaturale non sono possibili né la nuova nascita, né la nuova vita.

11. Affermiamo che la battaglia spirituale esige armi spirituali e che quindi dobbiamo sia predicare la parola nella potenza dello Spirito, sia pregare costantemente per essere vittoriosi in Cristo sui principati e sulle potenze del male.

12. Affermiamo che Dio ha affidato alla chiesa nel suo insieme e ad ogni suo membro il compito di far conoscere Cristo a tutto il mondo; desideriamo vedere ogni credente mobilitarsi e prepararsi per questo compito.

13. Affermiamo che coloro che come noi dichiarano di essere membra del corpo di Cristo devono superare nella propria comunione le barriere di razza, sesso e classe.

14. Affermiamo che i doni dello Spirito sono distribuiti a tutto il popolo di Dio, donne e uomini, e che la loro partecipazione all’evangelizzazione deve essere accolta per il bene comune.

15. Affermiamo che noi che proclamiamo l’Evangelo dobbiamo dimostrarlo con una vita di santità e amore; diversamente la nostra testimonianza perde la sua credibilità.

16. Affermiamo che ogni chiesa cristiana deve rivolgersi verso l’esterno nel proprio contesto sociale, con una testimonianza evangelica ed un servizio verso i bisognosi.

17. Affermiamo l’urgente bisogno per le chiese, le opere missionarie e le altre organizzazioni cristiane, di cooperare nell’evangelizzazione e nell’azione sociale rifiutando ogni concorrenza ed evitando ogni sovrapposizione di sforzi.

18. Affermiamo il nostro dovere di studiare la società in cui viviamo, al fine di capirne le strutture, i valori e i bisogni, per poter quindi sviluppare un’appropriata strategia missionaria.

19. Affermiamo che l’evangelizzazione del mondo è urgente e che è possibile raggiungere coloro a cui l’Evangelo non è ancora stato annunciato. C’impegniamo quindi di dedicarci, durante l’ultimo decennio del ventesimo secolo, con rinnovata determinazione a questo compito.

20. Affermiamo la nostra solidarietà con quelli che soffrono a causa dell’Evangelo e vogliamo prepararci ad affrontare la stessa eventualità. Lavoreremo anche a favore della libertà religiosa e politica ovunque.

21. Affermiamo che Dio chiama tutta la chiesa a portare tutto l’Evangelo a tutto il mondo. Ci impegniamo quindi a proclamarlo fedelmente, con senso di urgenza e sacrificio, fino alla sua venuta.

I. Tutto l’Evangelo

L’Evangelo è la buona novella della salvezza di Dio dalle potenze del male, l’istituzione del suo regno eterno e la sua vittoria definitiva su ogni cosa che si oppone al suo piano. Nel suo amore Dio ha deciso di fare così prima dell’inizio del mondo e ha operato il suo piano di liberazione dal peccato, dalla morte e dal giudizio mediante la morte del nostro Signore Gesù Cristo. Cristo è colui che ci rende liberi e ci unisce alla sua comunità redenta.

1. La nostra condizione umana

Siamo impegnati nella predicazione tutto l’Evangelo e cioè l’Evangelo biblico nella sua pienezza. Per fare questo dobbiamo capire perché gli esseri umani ne hanno bisogno.

Gli uomini e le donne hanno un valore e una dignità intrinseca, perché furono creati a immagine di Dio per conoscerlo, amarlo e servirlo. Ma per mezzo del peccato ogni aspetto della loro umanità è stato deformato. Gli esseri umani sono diventati egocentrici, ribelli, egoisti, non amano Dio né il loro prossimo come dovrebbero. Di conseguenza, si sono estraniati sia dal loro Creatore che dal resto del creato; ciò è la causa fondamentale del dolore, del disorientamento e della solitudine di cui tanti soffrono attualmente. Il peccato sfocia spesso anche in comportamenti antisociali, nello sfruttamento violento degli altri e nell’esaurimento di quelle risorse della terra in cui Dio ha posto gli uomini e le donne come amministratori. L’umanità è colpevole, senza attenuanti, e sta sulla via larga che porta alla distruzione.

Sebbene l’immagine di Dio negli esseri umani sia stata corrotta, essi sono ancora capaci di relazioni amorevoli, di azioni nobili e di belle espressioni artistiche. Ma anche la più bella impresa umana è irrimediabilmente viziata e non può in alcun modo permettere a qualcuno di stare alla presenza di Dio. Anche se uomini e donne rimangono esseri spirituali, le loro pratiche religiose e le loro tecniche di autocontrollo possono al massimo lenire certi bisogni; ma non possono rivelare le solenni realtà del peccato, della colpa e del giudizio. Né la religione umana, né la giustizia umana, né i programmi socio-politici possono salvare le persone. Nessuna autosalvezza è possibile. Lasciati a se stessi gli esseri umani sono perduti per sempre.

Ripudiamo quindi i falsi vangeli che negano il peccato dell’uomo, il giudizio divino, la divinità e l’incarnazione di Gesù Cristo, nonché la necessità della croce e della resurrezione. Respingiamo anche i vangeli di compromesso, che minimizzano il peccato e confondono la grazia di Dio con gli sforzi umani. Confessiamo che noi stessi siamo talvolta stati superficiali riguardo i contenuti dell’Evangelo. Ma nella nostra evangelizzazione siamo decisi a ricordare la diagnosi radicale di Dio e il suo altrettanto radicale rimedio.

2. La buona novella per oggi

Ci rallegriamo che il Dio vivente non ci abbia abbandonati alla nostra perdizione e disperazione. Nel suo amore egli venne sino a noi in Gesù Cristo per salvarci e ricrearci. Pertanto la buona novella pone in evidenza la storicità della persona di Gesù, che venne a proclamare il regno di Dio e a vivere una vita di umile servizio; egli morì per noi, diventando peccato e maledizione al nostro posto, e Dio mostrò la sua approvazione risuscitandolo dai morti. A quelli che si ravvedono e credono in Cristo, Dio dà di partecipare alla nuova creazione. Egli ci dà una nuova vita, che include il perdono dei nostri peccati e la potente presenza trasformatrice del suo Spirito. Egli ci accoglie nella sua nuova comunità costituita da persone di ogni razza, nazione e cultura, e ci promette che un giorno entreremo nel suo nuovo mondo, in cui il male sarà abolito, la natura sarà redenta e Dio regnerà per sempre.

Questa buona novella deve essere proclamata con franchezza ovunque sia possibile, in chiesa e fuori, per radio e per televisione. Noi abbiamo l’obbligo di farla conoscere, perché essa è la potenza di Dio per la salvezza. Nella nostra predicazione dobbiamo dichiarare fedelmente la verità che Dio ha rivelato nella Bibbia e far sì che essa sia collegata al nostro proprio contesto.

Affermiamo altresì che l’apologetica, vale a dire la “difesa e la conferma dell’Evangelo” (Fil 1,7), è parte integrante della concezione biblica della missione ed è indispensabile per una testimonianza efficace nel mondo moderno. Paolo
“ragionava” con le persone sulla base delle Scritture, per persuaderle della verità dell’Evangelo. Anche noi dobbiamo fare così. Difatti, tutti i cristiani dovrebbero rendere conto della speranza che è in loro (1 Pt 3,15).

Siamo stati nuovamente posti di fronte all’Evangelo come la buona novella per i poveri così come viene sottolineato da Luca (Lc 4,18; 6,20; 7,22) e ci siamo chiesti cosa ciò significhi per la maggioranza della popolazione mondiale che è indigente, sofferente e oppressa. Abbiamo ricordato che la legge, i profeti e i libri sapienziali nonché l’insegnamento e il ministero di Gesù, insistono tutti sulla cura di Dio verso coloro che sono poveri sotto il profilo materiale e che quindi è nostro dovere difenderli e occuparci di loro. La Scrittura menziona anche coloro che sono spiritualmente poveri, che si rivolgono a Dio per avere misericordia. L’Evangelo si presenta come una buona novella per entrambi. I poveri spirituali, in qualunque condizione economica si trovino, devono umiliarsi davanti a Dio e ricevere attraverso la fede il dono della salvezza. Non c’è altra via per entrare nel regno di Dio. I poveri e i deboli trovano inoltre una nuova dignità come figli di Dio, nonché nell’amore dei fratelli e delle sorelle che lotteranno con loro per la loro liberazione da tutto ciò che li umilia e li opprime.

Ci pentiamo per aver trascurato alcune verità della parola di Dio e ci proponiamo sia di proclamarle che di difenderle. Ci pentiamo anche di essere stati indifferenti alla condizione dei poveri e di aver mostrato preferenza per i ricchi. Ci proponiamo di seguire Gesù predicando la buona novella a tutti sia in parole che in opere.

3. L’unicità di Gesù Cristo

Noi siamo chiamati a proclamare Cristo in un mondo sempre più pluralista dove si assiste alla rinascita di vecchie credenze e alla comparsa di nuove. Anche nel primo secolo vi erano “molti dèi e molti signori” (1 Cor 8,5), ma gli apostoli affermarono con franchezza l’unicità, l’indispensabilità e la centralità di Cristo. Noi dobbiamo fare altrettanto.

Dato che uomini e donne sono fatti a immagine di Dio e vedono nella creazione tracce del suo Creatore, le religioni che sono sorte possono talvolta contenere elementi di verità e di bellezza. Non sono tuttavia vangeli alternativi. Poiché gli esseri umani sono peccatori e poiché “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,19), persino i credenti hanno bisogno della redenzione di Cristo. Per tale ragione, noi non possiamo affermare che la salvezza può essere trovata al di fuori di Cristo o a prescindere dall’accettazione esplicita della sua opera mediante la fede.

Talvolta si afferma che, in virtù dell’alleanza di Dio con Abramo, il popolo ebraico non ha bisogno di riconoscere Gesù come suo Messia. Affermiamo che questo popolo ha bisogno del Messia come qualunque altro. Sarebbe una forma di antisemitismo come anche una disubbidienza a Cristo, allontanarsi dal modello neotestamentario che porta l’Evangelo “prima ai giudei…”. Respingiamo quindi la tesi che gli ebrei abbiano una propria alleanza che rende superflua la fede in Gesù.

Ciò che ci unisce sono le nostre comuni convinzioni su Gesù Cristo. Confessiamo che egli è l’eterno Figlio di Dio, diventato pienamente uomo pur rimanendo pienamente Dio, che è stato il nostro sostituto sulla croce, portando i nostri peccati e morendo al nostro posto, scambiando la sua giustizia con la nostra ingiustizia, che è risorto vittorioso in un corpo trasformato e che tornerà nella gloria a giudicare il mondo. Lui solo è il Figlio incarnato, il Salvatore, il Signore e il Giudice, e lui solo, assieme al Padre e allo Spirito, è degno dell’adorazione, della fede e dell’ubbidienza di tutti i popoli. Vi è un solo Evangelo poiché vi è un solo Cristo, colui che in virtù della sua morte e risurrezione è l’unica via di salvezza. Respingiamo quindi sia il relativismo che considera tutte le religioni e le spiritualità come vie d’accesso ugualmente valide a Dio, sia il sincretismo che tenta di mischiare la fede in Cristo ad altre fedi.

Inoltre, è nostro desiderio che tutti possano riconoscere Gesù poiché è per questo motivo che Dio lo ha esaltato nei luoghi altissimi. Spinti dall’amore di Dio, dobbiamo ubbidire al grande comandamento di Cristo e amare le sue pecore smarrite, ma siamo però specialmente motivati dalla “gelosia” per il suo santo nome e bramiamo vederlo ricevere l’onore e la gloria che gli sono dovuti.

Nel passato siamo stati qualche volta colpevoli di aver adottato verso credenti di altre fedi atteggiamenti dettati da ignoranza, arroganza, mancanza di rispetto e persino ostilità. Ce ne pentiamo. Siamo tuttavia decisi a rendere, in ogni aspetto della nostra evangelizzazione, ivi compreso il dialogo interreligioso, una testimonianza decisa e senza compromessi all’unicità del nostro Signore nella sua vita, morte e risurrezione.

4. L’Evangelo e la responsabilità sociale

L’Evangelo autentico deve diventare visibile nelle vite trasformate di uomini e donne. Mentre proclamiamo l’amore di Dio dobbiamo impegnarci in un servizio d’amore, e mentre predichiamo il regno di Dio dobbiamo fare nostre le sue esigenze di giustizia e di pace.

L’evangelizzazione è una cosa primaria, perché la nostro prima preoccupazione è che tutti possano avere l’occasione di accettare Gesù Cristo come Signore e Salvatore. Ma Gesù non si limitò a proclamare il regno di Dio; ne mostrò anche la venuta con opere potenti e misericordiose. Oggi noi siamo chiamati alla stessa coerenza fra parole e opere. Con uno spirito di umiltà dobbiamo predicare e insegnare, curare gli ammalati, nutrire gli affamati, occuparci dei carcerati, aiutare coloro che sono svantaggiati e handicappati e liberare gli oppressi. Mentre riconosciamo la diversità dei doni, delle vocazioni e dei contesti spirituali, affermiamo anche che la buona novella e le buone opere sono inseparabili.

La proclamazione del regno di Dio esige necessariamente la denuncia profetica di tutto ciò che è incompatibile con esso. Tra i mali che deploriamo vi sono la violenza nei suoi diversi aspetti: la violenza istituzionale, la corruzione politica, tutte le forme di sfruttamento degli individui e della terra, l’indebolimento della famiglia, l’aborto libero, il traffico di stupefacenti e la violazione dei diritti umani. Nel nostro impegno per i poveri siamo angosciati dal peso dei debiti del terzo mondo. Siamo anche offesi per le condizioni disumane in cui vivono milioni di persone, che come noi sono ad immagine di Dio.

Il nostro impegno costante per l’azione sociale non confonde il regno di Dio e con la società cristianizzata. Esso è piuttosto il riconoscimento che l’Evangelo biblico ha inevitabilmente delle implicazioni sociali. La missione autentica deve sempre tendere a incarnarsi. E’ necessario entrare con umiltà nel mondo degli altri, identificarsi con la loro realtà sociale, con i loro dolori e sofferenze e con le loro lotte per la giustizia contro le forze dell’oppressione. Ciò non può avvenire senza sacrifici personali.

Ci pentiamo del fatto che la ristrettezza della nostra visione ci ha spesso impedito di proclamare la signoria di Gesù Cristo su ogni sfera della vita umana pubblica e privata, locale e mondiale. Ci impegniamo ad ubbidire al suo comandamento di cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33).

II. Tutta la chiesa

Tutto l’Evangelo deve essere proclamato da tutta la chiesa, perché tutto il popolo di Dio è chiamato a partecipare al compito di evangelizzare. Ma, senza lo Spirito di Dio, tutti gli sforzi saranno infruttuosi.

5. Dio l’evangelista

La Scrittura afferma che Dio è il supremo evangelista. Poiché lo Spirito di Dio è uno Spirito di verità, di amore, di santità e di potenza, l’evangelizzazione è impossibile senza di lui. E’ lui che unge il messaggero, conferma la parola, prepara l’ascoltatore, giudica il peccatore, illumina chi è cieco, dà vita a chi è morto, ci rende capaci di pentirci e di credere, ci unisce al corpo di Cristo, ci dà la certezza di essere figli di Dio, ci guida alla vita e al servizio cristiani e ci invia a nostra volta per essere testimoni di Cristo. In tutto questo il principale compito dello Spirito Santo è glorificare Cristo mostrandocelo e formandolo in noi.

Ogni evangelizzazione comporta una lotta spirituale contro i principati e le potenze del male, nella quale possono trionfare solo le armi spirituali, soprattutto la Parola e lo Spirito, assieme alla preghiera. Esortiamo quindi ogni credente ad essere diligente nelle sue preghiere sia per un rinnovamento della chiesa che per l’evangelizzazione del mondo.

Ogni vera conversione implica uno scontro tra poteri in cui viene dimostrata la suprema autorità di Cristo. Non c’è miracolo più grande di quello in cui il credente è liberato dalla schiavitù di Satana e dal peccato, dalla paura e dalla vanità, dalle tenebre e dalla morte.

Sebbene i miracoli di Gesù fossero speciali, trattandosi di segni della sua messianità e anticipazioni del suo regno perfetto, quando tutto il creato gli sarà soggetto, non abbiamo oggi la libertà di porre limiti alla potenza di Dio. Respingiamo sia lo scetticismo che nega i miracoli, sia la presunzione che li esige, sia la timidezza che si tira indietro di fronte alla pienezza dello Spirito, sia il trionfalismo che si tira indietro di fronte alla debolezza in cui la potenza di Cristo si dimostra perfetta.

Ci pentiamo di tutti quei tentativi in cui abbiamo creduto di poter evangelizzare con le nostre sole forze o di poter imporre condizioni allo Spirito Santo. Ci impegniamo nel futuro a non “rattristare” o “spegnere” lo Spirito, ma a cercare di diffondere la buona novella “con potenza, con lo Spirito Santo e con convinzione profonda” (1 Ts 1,5).

6. I testimoni umani

Dio l’evangelista da ai suoi il privilegio di essere suoi “collaboratori” (2 Cor 6,1). Poiché, sebbene noi non possiamo testimoniare senza di lui, egli di norma sceglie di testimoniare per mezzo di noi. Egli chiama solo alcuni a essere evangelisti, missionari o pastori, ma chiama tutta la chiesa e ognuno dei suoi membri a essere suoi testimoni.

II compito privilegiato dei pastori e dei maestri è di guidare il popolo di Dio (laos) alla maturità (Col 1,28) e di dargli gli strumenti per il ministero (Ef 4,11-12). I pastori non debbono monopolizzare i ministeri, bensì moltiplicarli, incoraggiando gli altri a usare i propri doni e ammaestrando i discepoli a fare discepoli. Il dominio del clero sui laici è stato un grande male nella storia della chiesa. Esso priva sia i laici che il clero dei ruoli loro assegnati da Dio, produce il collasso del clero, indebolisce la chiesa e ostacola la diffusione dell’Evangelo. Ma più di tutto questo, è fondamentalmente in contraddizione con la Bibbia. Perciò noi, che per secoli abbiamo insistito sul “sacerdozio di tutti i credenti”, dobbiamo anche adesso insistere sul ministero di tutti i credenti.

Riconosciamo con gratitudine che bambini e giovani arricchiscono l’adorazione e la missione della chiesa e ci incoraggiano col loro entusiasmo e la loro fede. Dobbiamo istruirli per il discepolato e l’evangelizzazione, affinché possano testimoniare di Cristo ai loro coetanei.

Dio ha creato sia gli uomini che le donne a sua immagine (Gn 1,26-27), in Cristo li accetta senza differenze (Gal 3,28) e ha sparso il suo Spirito su ogni carne, figli e figlie, allo stesso modo (At 2,17-18). Inoltre, poiché lo Spirito Santo distribuisce i suoi doni sia alle donne che agli uomini, tutti devono avere l’occasione di esercitare i propri doni. Esaltiamo l’insigne ruolo delle donne anche nella storia delle missioni e siamo convinti che Dio le chiami oggi a ruoli analoghi. Sebbene non siamo pienamente d’accordo su quali forme debba avere la loro guida, concordiamo sulla necessità della loro partecipazione all’evangelizzazione che Dio ha affidato a uomini e donne. Entrambi devono quindi ricevere un’adeguata formazione.

La testimonianza dei credenti avviene, attraverso donne e uomini, non solo in seno alla chiesa locale (vedi il n. 8), ma anche tramite amicizie, a casa e sul lavoro. Persino coloro che sono senza tetto o disoccupati vengono chiamati a testimoniare.

La nostra prima responsabilità è di testimoniare a coloro che sono nostri amici, parenti, vicini e colleghi. L’evangelizzazione in casa dovrebbe essere una cosa naturale, sia per le coppie, che per i singoli. Una famiglia cristiana non dovrebbe limitarsi a promuovere un atteggiamento conforme a Dio in campi come il matrimonio, il sesso e la famiglia, e costituire un’oasi di amore e di pace per le persone ferite, ma mettere anche in condizione i vicini, che abitualmente non entrerebbero in chiesa, di sentirsi a loro agio in una casa anche quando vi si parla dell’Evangelo.

Un altro luogo per la testimonianza è il posto di lavoro, poiché è là che molti cristiani passano la maggior parte della loro giornata e perché il lavoro è una chiamata divina. I cristiani possono essere una testimonianza per Cristo attraverso le loro parole, con la loro laboriosità, con la loro onestà e prudenza, con il loro impegno per la giustizia, e specialmente se dalla qualità del loro lavoro quotidiano traspare che questo è fatto per la gloria di Dio.

Confessiamo di aver sbagliato quando abbiamo scoraggiato il servizio dei laici, soprattutto delle donne e dei giovani. Ci impegniamo a incoraggiare tutti i credenti a prendere il proprio posto, legittimo e naturale come suoi testimoni. Poiché la vera evangelizzazione proviene da un cuore traboccante di amore per Cristo, essa è un compito che riguarda tutto il popolo di Dio senza eccezioni.

7. L’integrità dei testimoni

Niente ha maggiore credibilità per l’Evangelo che una vita trasformata, e nulla lo discredita tanto quanto l’incoerenza. Noi siamo tenuti a comportarci in modo degno dell’Evangelo di Cristo e persino ad “abbellirlo”, valorizzando la sua bellezza con una vita santa. Il mondo ci osserva e cerca giustamente la dimostrazione delle affermazioni che i discepoli di Cristo fanno nel suo nome. Una dimostrazione molto eloquente sarà la nostra integrità.

Il nostro annuncio che Cristo morì per condurci a Dio fa appello a coloro che sono spiritualmente assetati, ma essi non ci crederanno se noi per primi non daremo una chiara dimostrazione di conoscere il Dio vivente o se la nostra adorazione mancherà di convinzione e di concretezza.

Il nostro messaggio secondo cui Cristo riconcilia persone separate suonerà vero solo se si vedrà che ci amiamo e perdoniamo a vicenda, che serviamo gli altri con umiltà, che ci adoperiamo con una reale passione e sacrificio per bisognosi con un ministero amorevole e generoso.

Il nostro pressante appello agli altri a rinnegare se stessi, a prendere la propria croce e a seguire Cristo apparirà plausibile solo se noi saremo chiaramente morti ad ambizioni egoiste, alla disonestà e all’avidità, e se viviamo una vita semplice con allegrezza e generosità.

Deploriamo le manchevolezze dell’incoerenza cristiana che vediamo sia nei cristiani sia nelle chiese: l’avidità materiale, la superbia e la rivalità professionale, la competizione nel servizio cristiano, le gelosia delle guide più giovani, il paternalismo missionario, la mancanza di responsabilità reciproca, la perdita di valori cristiani in campo sessuale, nonché le discriminazioni razziali, sociali e sessuali. Tutto questo è mondanità che consente alla cultura dominante di corrompere la chiesa, mentre è la chiesa che dovrebbe affrontare e modificare la cultura.

Ci vergogniamo profondamente delle volte in cui, sia come singoli che come comunità cristiane, abbiamo affermato Cristo a parole e lo abbiamo negato con le opere. La nostra mancanza di coerenza toglie credibilità alla nostra testimonianza. Riconosciamo le nostre lotte e i nostri fallimenti costanti. Ma siamo anche decisi, per la grazia di Dio, a
far crescere l’integrità in noi e nella chiesa.

8. La chiesa locale

Ogni chiesa cristiana un’espressione locale del corpo di Cristo e ha le stesse responsabilità. E’ “un sacerdozio santo” che offre a Dio dei sacrifici spirituali di adorazione, ed una “nazione santa” che testimoniando proclama le sue virtù (cf. 1 Pt 2,5.9). La chiesa è quindi insieme una comunità che adora e testimonia, riunita e dispersa, chiamata e inviata. L’adorazione e la testimonianza sono inseparabili.

Crediamo che la chiesa locale abbia la responsabilità primaria di diffondere l’Evangelo. La Scrittura mostra ciò nella progressione tra le espressioni “il nostro Evangelo che venne a voi” e poi “riecheggia per mezzo vostro” (1 Ts 1,5-8). In tal modo l’Evangelo crea la chiesa che a sua volta propaga l’Evangelo il quale crea altre chiese in una reazione a catena. Inoltre, ciò che la Scrittura insegna, la strategia lo conferma. Ogni chiesa locale deve evangelizzare l’area in cui è situata, e ha i mezzi per farlo.

Per sviluppare strategie missionarie adeguate, raccomandiamo a ciascuna chiesa di svolgere regolari indagini non solo sui propri membri e programmi, ma anche sulla propria comunità locale in tutti i suoi aspetti specifici. I suoi membri possono decidere di organizzare una visita all’intera zona, di introdursi per Cristo in un luogo particolare in cui la gente si riunisce, di organizzare una serie di incontri, di conferenze o di concerti di evangelizzazione, di lavorare con i poveri per trasformare una baraccopoli o per impiantare una nuova chiesa in un distretto o in un paese vicino. Al tempo stesso, non devono dimenticare il compito universale della chiesa.

Una chiesa che invia missionari non deve trascurare la propria area e una chiesa che evangelizza nei dintorni non deve ignorare il resto del mondo. In tutto questo ogni chiesa e denominazione deve, per quanto possibile, lavorare con le altre, cercando di cambiare ogni spirito di competizione in uno di collaborazione.

Le chiese dovrebbero anche lavorare con le organizzazioni paraecclesiali, soprattutto nell’evangelizzazione, nel discepolato e nel servizio della comunità, perché tali organismi fanno parte del corpo di Cristo e dispongono di persone competenti da cui la chiesa può trarre grandi benefici.

Dio vuole che la chiesa sia un segno del suo regno, vale a dire un’indicazione di come diventa la comunità umana quando si sottomette al suo dominio di giustizia e pace. Anche nelle chiese, come negli individui, l’Evangelo va incarnato per poter essere comunicato con efficacia. Il Dio invisibile si rivela oggi mediante il nostro amore
reciproco (cf. 1 Gv 4,12), soprattutto quando la nostra comunione si esprime in piccoli gruppi e quando va oltre le barriere di razza, di ceto, di sesso e di età che dividono altre comunità.

Siamo profondamente rammaricati che molte delle nostre chiese siano introverse, organizzate più per sopravvivere che per essere missionarie, o preoccupate solo delle attività ecclesiastiche a spese della testimonianza. Ci sforzeremo a riorientare le nostre chiese, perché possano impegnarsi in una continua testimonianza, affinché il Signore aggiunga ogni giorno ad esse coloro che sono sulla via della salvezza (cf. At2,47).

9. La collaborazione nell’evangelizzazione

Nel Nuovo Testamento l’evangelizzazione e l’unità sono strettamente collegate. Gesù pregò che l’unità del suo popolo riflettesse la sua stessa unità con il Padre, affinché il mondo potesse credere in lui (cf. Gv 17,20,21), e Paolo esortava i Filippesi a “combattere insieme per la fede dell’Evangelo” (Fil 1,27). In contrasto con questa visione biblica, ci vergogniamo dei sospetti e delle rivalità, del dogmatismo su punti secondari, delle lotte per il potere e per il dominio che danneggiano la nostra testimonianza evangelica. Affermiamo che la collaborazione è indispensabile nell’evangelizzazione, anzitutto perché è la volontà di Dio, ma anche perché l’Evangelo della riconciliazione viene screditato dalla nostra disunione e perché, se bisogna assolvere al compito di evangelizzare il mondo, dobbiamo essere insieme impegnarci in esso.

La “collaborazione” implica trovare l’unità nella diversità. Essa implica che persone di diversi temperamenti, doni, vocazioni e culture diverse, gente di diverse chiese nazionali e agenzie missionarie, di diverse età e sesso, lavorino insieme. Siamo decisi a dimenticare una volta e per sempre la semplicistica distinzione, come retaggio del passato coloniale, fra il mondo ricco che manda e i restanti due terzi che ricevono. Uno dei grandi fatti della nostra epoca è infatti l’internazionalizzazione delle missioni. Non solo attualmente la grande maggioranza di tutti i cristiani evangelici non sono occidentali, ma ben presto il numero dei missionari del terzo mondo supererà quello occidentale. Crediamo che gruppi di missionari, formati da persone di diversa provenienza, ma uniti dalla stessa convinzione, costi costituiscano un’enorme testimonianza della grazia di Dio.

Il nostro riferimento a “tutta la chiesa” non pretende affermare che la chiesa universale e la comunità evangelica siano sinonimi. Riconosciamo che ci sono molte chiese che non fanno parte del movimento evangelico. Le posizioni degli evangelici nei confronti della chiesa cattolica e delle chiese ortodosse sono molto diversi. Alcuni pregano, dialogano, studiano le Scritture e lavorano assieme a queste chiese; altri si oppongono fermamente a qualsiasi forma di dialogo o di collaborazione con loro.

Tutti gli evangelici sono comunque consapevoli che rimangono serie differenze teologiche. Ma dove è possibile e purché la verità biblica non sia compromessa, la collaborazione può attuarsi in campi come la traduzione della Bibbia, lo studio su temi di etica e di teologia contemporanea, il lavoro sociale e l’azione politica. Vogliamo comunque chiarire che l’evangelizzazione comune esige un comune impegno verso l’Evangelo biblico.

Alcuni di noi sono membri di chiese che appartengono al Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) e credono che una positiva ma critica partecipazione ai suoi lavori, sia nostro dovere. Altri fra di noi non hanno legami con il Consiglio ecumenico. Tutti incoraggiamo però il Consiglio ecumenico delle chiese a fare propria una comprensione dell’evangelizzazione che abbia coerenza biblica.

Confessiamo la nostra parte di responsabilità nella frammentazione del corpo di Cristo, e che essa sia di grande ostacolo all’evangelizzazione del mondo. Ci impegniamo quindi ad andare avanti nel cercare quell’unità nella verità per la quale Cristo pregò. Siamo persuasi che la strada giusta per una stretta collaborazione con tutti quelli che condividono questa nostra preoccupazione passi attraverso un dialogo paziente e sincero basato sulla Bibbia. A questo fine ci impegniamo con gioia.

III. Tutto il mondo

Tutto l’Evangelo è stato affidato a tutta la chiesa affinché possa essere fatto conoscere a tutto il mondo. In questo senso è necessario capire il mondo a cui siamo inviati.

10. Il mondo moderno

L’evangelizzazione avviene in un preciso contesto, non nel vuoto. L’equilibrio fra l’Evangelo e il contesto deve essere mantenuto con cura. E’ necessario capire il contesto per poterci indirizzare ad esso, ma ciò non deve portarci a distorcere l’Evangelo.

Per questo motivo ci siamo preoccupati di studiare gli effetti della “modernità”. Essa è una cultura emergente nel mondo provocata dall’industrializzazione con la sua tecnologia e dall’urbanizzazione con il suo ordinamento economico. Questi fattori si combinano per creare un ambiente che condiziona in modo significativo la nostra visione del mondo. Inoltre, la secolarizzazione ha devastato la fede rendendo insignificante ogni idea di Dio e d soprannaturale; l’urbanizzazione ha disumanizzato la vita di molti; e i mezzi di comunicazione di massa hanno contribuito alla svalutazione dei concetti di verità, di autorità, sostituendo alla parola l’immagine. Questi elementi della modernità pervertono il messaggio che molti predicano e fanno venire meno le loro motivazioni per la missione.

Nel 1900 solo il 9% della popolazione mondiale viveva nelle città; nel 2000 tale percentuale avrà superato il 50%. Questo movimento mondiale verso le città è stato chiamato “la più grande emigrazione della storia umana”; esso costituisce una delle maggiori sfide alla missione cristiana. Da un lato le popolazioni urbane sono estremamente cosmopolite per cui tutte le nazioni diventano vicine di casa e viene da chiedersi se si sia capaci di dar vita a chiese in cui l’Evangelo cancella le barriere etniche; dall’altro, molti abitanti delle città ricettivi all’Evangelo sono immigrati poveri. E’ possibile convincere il popolo di Dio a stabilirsi in queste zone urbane povere al fine di servire la gente e partecipare alla trasformazione della città?

La modernizzazione non ha solo portato pericoli, ma anche benefici. Creando legami di comunicazione e di commercio attorno al globo, ha promosso occasioni senza precedenti per l’Evangelo. Ha attraversato frontiere e penetrato in società chiuse e totalitarie. I mass media cristiani hanno avuto una parte rilevante nel seminare l’Evangelo e nel preparare il terreno. Entro il 2000, le maggiori reti radiotelevisive missionarie si impegneranno a trasmettere l’Evangelo in tutte le maggiori lingue.

Confessiamo di non esserci impegnati come avremmo dovuto per capire il fenomeno della modernizzazione. Abbiamo usato i suoi metodi e le sue tecniche in modo acritico esponendoci così alla mondanità. Ci impegniamo ad affrontare seriamente queste sfide e queste occasioni favorevoli, a resistere alla pressioni secolarizzate della modernità, a collegare la signoria di Cristo a tutta la cultura moderna e quindi ad impegnarci senza mondanità come suoi testimoni nel mondo moderno.

11. La sfida del 2000 e oltre

La popolazione mondiale si sta avviando ai sei miliardi. Un terzo di essa ha confessano Cristo solo nominalmente, dei rimanenti quattro miliardi, sono una metà ha udito parlare di lui. Alla luce di questi dati, possiamo valutare il nostro impegno evangelistico considerando quattro categorie di persone.

La prima, composta da persone consacrate, è una potenziale forza lavoro missionaria. In questo secolo tale categoria di credenti è passata dai circa 40 milioni nel 1900 ai circa 500 milioni attuali, e rispetto ad altri gruppi sta crescendo in modo più rapido.

La seconda categoria è composta da persone non impegnate, che hanno fatto una professione di fede (sono stati battezzati, ogni tanto vanno in chiesa e persino si dicono cristiani), ma non hanno alcuna nozione di un impegno personale per Cristo. Queste persone si possono trovare in ogni chiesa in qualunque parte del mondo ed hanno urgente bisogno di essere rievangelizzate.

La terza categoria è composta da persone non evangelizzate. Queste sono persone che pur avendo una conoscenza minima dell’Evangelo, non hanno realmente avuto l’occasione di rispondere. Probabilmente è gente che può essere raggiunta dai credenti, solo se questi andassero nelle strade, nei paesi o nelle città a visitarli.

La quarta, infine, è composta da persone non ancora raggiunte. Esistono oggi due miliardi di persone di persone che non hanno mai sentito parlare di Gesù come del Salvatore e non hanno tra loro credenti indigeni. Ci sono infatti circa 2.000 popolazioni o etnie che non hanno tuttora una chiesa indigena. Troviamo di grande aiuto considerare questi popoli come appartenenti a “gruppi di persone” più piccoli (es., con una cultura, un linguaggio, una dimora o un’occupazione comuni). I messaggeri più efficaci per raggiungerli saranno quei credenti che già appartengono alla loro cultura e conoscono il loro linguaggio. Altrimenti sarà necessario che missionari provenienti da altre culture lascino il loro paese e la propria cultura per identificarsi con le persone che desiderano portare a Cristo.

All’interno di questi 2.000 popoli più grandi ci sono oggi circa 12.000 di questi gruppi “non ancora raggiunti”, il nostro compito non è quindi impossibile. Ora però solo il 7% di tutti i missionari sono impegnati in questo genere di lavoro, mentre l’altro 93% lavora nella metà del mondo già evangelizzato. Per aggiustare tale squilibrio è necessaria una strategia di ridistribuzione del personale.

Un fattore preoccupante che caratterizza le categorie menzionate è l’inaccessibilità. Molti paesi non rilasciano visti per missionari in senso classico, e che non hanno altri elementi da offrire. Questi paesi non sono comunque del tutto inaccessibili. Le nostre preghiere possono infatti attraversare ogni cortina, porta o barriera. Anche la radio e la televisione, audio e video cassette, films e letteratura cristiani possono raggiungere coloro che sarebbero altrimenti irraggiungibili. Questo è anche ciò che possono fare i cosiddetti “fabbricanti di tende” che, come Paolo, lavorando si guadagnano da vivere.

Essi viaggiano per motivi professionali (ad es. commercianti, professori universitari, tecnici ed insegnanti di lingue) e utilizzano ogni occasione per parlare di Gesù Cristo. Non entrano in una nazione con falsi pretesti e testimoniano ovunque si trovano, poiché testimoniare è una componente essenziale della vita cristiana.

Ci vergogniamo profondamente perché sono passati circa duemila anni dalla morte e risurrezione di Gesù e due terzi della popolazione mondiale non lo hanno ancora riconosciuto. D’altro lato siamo stupiti dell’evidente presenza della potenza di Dio anche nei posti pi— impensati del globo.

Per molti oggi l’anno 2000 è diventato una appuntamento importante. Vogliamo impegnarci ad evangelizzare il mondo durante l’ultimo decennio di questo millennio? Questa data non ha nulla di magico, ma non dovremmo fare del nostro meglio per raggiungere questa meta? Cristo ci ha comandato di portare l’Evangelo a tutti i popoli. Questo compito è urgente. Noi abbiamo deciso di ubbidirgli con gioia e speranza.

12. Situazioni difficili

Gesù disse chiaramente ai suoi seguaci di aspettarsi delle opposizioni. “Se hanno perseguitato me”, disse, “perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Inoltre disse che dovevano rallegrarsi nelle persecuzioni (cf. Mt 5,12) e ricordò loro che la morte è la condizione necessaria per portare frutto (cf. Gv 12,24).

Queste predizioni, che la sofferenza cristiana è inevitabile e feconda, si sono avverate in ogni epoca, compresa la nostra. Ci sono state molte migliaia di martiri e oggi la situazione non è molto diversa. Speriamo vivamente che glasnost e perestrojka conducano a una piena libertà religiosa nell’Unione Sovietica e nelle altre nazioni del blocco orientale e che le nazioni islamiche e induiste diventino più aperte all’Evangelo. Deploriamo la recente soppressione brutale del movimento democratico in Cina e preghiamo affinché non porti altre sofferenze per i cristiani.

Nel complesso sembra che le antiche religioni stiano diventando meno tolleranti, gli emigranti meno graditi e il mondo meno favorevole all’Evangelo. In questa situazione desideriamo dire tre cose ai governi che stanno riconsiderando il loro atteggiamento verso i cristiani. In primo luogo i cristiani sono cittadini leali che cercano il bene della loro nazione.

Pregano per i loro governanti e pagano le tasse. Ovviamente, coloro che hanno confessato Gesù come Signore non possono considerare le altre autorità allo stesso livello, e se è imposto loro di farlo, o di fare qualcosa che Dio vieta, debbono disubbidire. Ma sono cittadini coscienziosi che contribuiscono al benessere del loro paese attraverso la stabilità dei loro matrimoni e delle loro famiglie, la loro onestà negli affari, l’impegno nel lavoro e le loro attività di volontariato verso gli handicappati e i bisognosi. I governi giusti non hanno nulla da temere dai cristiani.

In secondo luogo, i cristiani ripudiano i metodi di evangelizzazione indegni. Anche se la natura della nostra fede richiede di condividere l’Evangelo con altri, noi svolgiamo questo compito in modo aperto e onesto, lasciando gli uditori pienamente liberi di decidere in merito. Desideriamo rispettare chi appartiene ad altre fedi e respingiamo qualsiasi approccio che tenti di forzare la loro conversione.

In terzo luogo, i cristiani desiderano vivamente la libertà religiosa per tutti, non solo per il cristianesimo. Nei paesi prevalentemente cristiani, i cristiani sono in prima linea per sostenere la libertà religiosa per le minoranze. Nei paesi prevalentemente non cristiani, i cristiani non fanno quindi che chiedere per sé ciò che in altre circostanze chiedono per gli altri. La libertà di “professare, praticare e propagare” la religione, come viene definita nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sicuramente può e deve essere un diritto reciprocamente garantito.

Ci rammarichiamo profondamente per tutte le testimonianze indegne di cui i seguaci di Gesù possono essersi resi colpevoli. Ci impegniamo in ogni cosa a non dare offendere nessuno, affinché il nome di Cristo non sia disonorato. Tuttavia non possiamo evitare lo scandalo della croce. Per amore di Cristo crocifisso preghiamo
che per mezzo della sua grazia, possiamo essere pronti a soffrire e persino a morire. II martirio è una forma di testimonianza che Cristo ha promesso di onorare in modo speciale.

Conclusione:

proclamare Cristo fino alla sua venuta “Proclamare Cristo finché egli venga” è stato il tema di Losanna II. Certamente
crediamo che Cristo è già venuto; egli venne quando Augusto era imperatore a Roma, ma un giorno, come sappiamo dalle sue promesse, verrà di nuovo in una inimmaginabile gloria per la piena manifestazione del suo regno.

Abbiamo ricevuto l’ordine di vegliare e di essere pronti. Nel frattempo, l’intervallo fra le sue due venute va riempito con l’impegno missionario dei cristiani. Ci è stato detto di andare ai confini della terra con l’Evangelo, con la promessa che la fine dei tempi giungerà solo quando avremo adempiuto a questo compito. Le due fini, del tempo e dello spazio terreno, coincideranno. Fino allora egli si è impegnato ad essere con noi.

La missione cristiana è quindi un impegno urgente. Non sappiamo quanto tempo ci resta, certamente non possiamo permetterci di sprecarlo. Per andare avanti più speditamente con le nostre responsabilità, sono necessari alcuni presupposti, specialmente l’unità (dobbiamo evangelizzare assieme) e il sacrificio (dobbiamo calcolare e accettare il costo). A Losanna il nostro patto fu “di pregare, di pianificare e di operare insieme per l’evangelizzazione del mondo intero”. Il nostro Manifesto di Manila è quello di chiamare tutta la chiesa a portare tutto l’Evangelo a tutto il mondo,
proclamando Cristo finché egli venga, con tutta l’urgenza, l’unità e il sacrificio necessari.
[Tratto da Dichiarazioni evangeliche. Il movimento evangelicale 1966-1996, a cura di
Pietro Bolognesi, Bologna, EDB 2007, pp. 369-391]

 

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